La santità dell’ombra

C’ è un luogo dove cade l’ombra della croce, è uno spazio sottile e drammatico dove vanno a nascondersi le persone che non ce la fanno più, è uno spazio che credono essere riparato dallo sguardo del Cristo, lo abitano perché non si sentono all’altezza dell’amore, non si sentono all’altezza della santità, non si sentono all’altezza della vita. Lo abitano perché pensano di aver sbagliato tutto.

Ieri una cara amica, provata in modo terribile da una serie di eventi dolorosissimi, riferendosi al Vangelo di domenica scorsa, quello della parabola in cui Gesù racconta del padrone di casa che si incammina verso l’invitato che ha scelto l’ultimo posto dicendogli “Amico! Vieni più avanti”, mi scrive: «Non aspiro. nemmeno al privilegio di essere chiamata amica, mi basta che mi faccia entrare, che mi metta pure in un angolo, che non mi rivolga nemmeno lo sguardo, non mi interessa. Sarei già felice di essere solo invitata».

Così ho pensato che sarebbe bello, accanto alla luminosità delle testimonianze di santità che ci vengono offerte dalla sapienza della Chiesa, trovare il modo per mostrare che il Santo, perché Cristo è l’unico vero Santo, è colui che abita anche le nostre fragilità, che raccoglie fiori anche dall’ombra della croce. Perché in pochi riusciamo a vivere con eroismo la nostra esistenza, e spesso mettere gli occhi su esempi raccontati con toni eccessivamente enfatici può addirittura portarci a pensare di non essere all’altezza nemmeno nel campo della fede, luogo dove non dovrebbero esistere meriti, classifiche, ma solo la gratuità disinteressata dell’amore. Perché lo sappiamo, quando ci toccherà una malattia, quando capiremo di essere alla fine dei nostri giorni, forse non riusciremo a intonare canti di speranza o sfoderare una fede nella resurrezione senza ombra di dubbio, forse saremo presi da sconforto e dalla paura di essere stati abbandonati dalla Sua grazia, probabilmente nessuna preghiera cristallina sboccerà dalle nostre labbra. Sicuramente noi saremo tra quelli che non sono riusciti sempre a servire i poveri e a farlo con il sorriso, eppure credo serva qualcuno che ricordi a tutti noi, qualcuno che giuri, che ci assicuri, che il Signore era lì, esattamente lì, luminosamente lì, ad amarci anche nell’ombra della nostra mediocrità, anche nel baratro del nostro peccato, anche nell’angolo lontano dalla croce dove la nostra miseria ci aveva spinti a nasconderci. Lui sarà lì, unico vero Santo, a chiamarci amici, anche se non ce la facciamo, proprio perché non ce l’abbiamo fatta.

La parabola di domenica scorsa pregava di invitare al banchetto delle nostre vite poveri, storpi, zoppi e ciechi, e i santi ci sono mirabilmente riusciti a farsi carico di queste marginalità ed è bellissimo che ci venga ricordato tutto questo, ma credo sarebbe anche bello ricordare che siamo noi gli storpi, i ciechi, i poveri, gli zoppi, noi siamo quelli che abitano i margini della santità perché facciamo quello che possiamo, perché non abbiamo abbastanza coraggio, abbastanza bontà, abbastanza fede, perché semplicemente siamo quello che siamo… il Signore abita e ama anche le nostre ombre.

Cristo è venuto per i peccatori, per la mia amica che non si sente all’altezza di essere chiamata dal Risorto, per I. che, donna ancora giovane, proprio qualche ora fa è stata ricoverata in un hospice perché in fase terminale e non sarà certo ricordata come una donna che ha santificato la sua malattia. Eppure Cristo era lì, in quella non santità, a respirare in lei e lo farà nel nascondimento e nella solitudine delle prossime ore. Penso a R., che vorrebbe credere e proprio non ce la fa, a lei vorrei dire che il Santo abita anche quelle sue preghiere che quasi franano in bestemmia. Vorrei un santo per G. che non riesce a riprendersi dal lutto di aver perso il marito e si sente in colpa e crede di non aver fede, invece quel suo dolore inconsolabile è la testimonianza di santità più alta che abbia mai offerto. A loro vorrei dire di non preoccuparsi se non si sentono all’altezza degli altari perché l’Altissimo si è svuotato nell’incarnazione andando ad abitare anche gli spazi lontani, persino i più terribili, quelli del male che ci abita; la luce è discesa nei nostri inferi liberandoci.

Una santa donna, Adriana Zarri, scriveva che «pregare non è dire preghiere: pregare è rotolare nel buio della tua luce, e lasciarci raccogliere, e lasciarci parlare e lasciarci tacere da te». La santità non è solo trasfigurare la banalità della nostra vita con gesti eroici e luminosissimi ma anche rotolare nel buio della Sua luce.

Rotolano i bambini che giocano o gli adulti che cadono, rotolano i sogni, rotolano le buone intenzioni, spesso tutta la vita sembra andare a rotoli, ma proprio lì si finisce per cadere nella pozzanghera di luce divina che accoglie il nostro franare. Santo non è colui che è perfetto, poco evangelico l’atto di misurare la distanza tra noi e il testimone, santo è colui che rotola nel buio scoprendo la gratuità della luce divina. Santo è colui che si lascia raccogliere e si lascia parlare e si lascia tacere, santo è colui che si lascia in completo abbandono tra le braccia del Misericordioso. Nel buio della croce ecco la luce del suo amore, scandalo per i giudei, scandalo per i greci e scandalo per noi che ancora non riusciamo a credere che Cristo abbia dato la vita per le vittime e per i carnefici, per i santi e per i peccatori. Per noi. Abbiamo bisogno di rabdomanti del divino, di illuminati esempi di attivissima passività. Santo non è solo colui che si spende per il prossimo ma colui che accetta la propria miseria, il proprio fallimento, la propria incapacità e si lascia abitare. Sempre Adriana Zarri: «Pregare sei tu che preghi, tu che respiri, tu che mi ami, e io mi lascio amare da te», santa mistica passività di chi nel proprio respiro spesso affannato, incerto, doloroso sente il respiro del Risorto, santa passività di colui che in ogni tentativo d’amore, anche in quello naufragato, in quello tradito, in quello “sbagliato” sente l’amore del Padre e non rinnega nulla, e nulla vuole annullare, nemmeno quello che gli altri senza grazia, definiscono errore. Santo non è solo colui che riesce ad amare sempre ed ogni cosa ma anche chi, stanco e affranto, con gli occhi rigati dalle lacrime, in una postura di totale abbandono, si lascia amare.

Padre nelle tue mani affidiamo il nostro Spirito, i nostri errori, la nostra vita: raccoglici come si raccoglie un fiore, un rifiuto o un passero dalle ali spezzate, ma non lasciarci ai margini della vita.

Adriana terminava la sua “quasi preghiera” così: «Pregare è un prato d’erba e tu ci passi sopra».

 

Alessandro Dehò